Pubblicato in TREND : NEWS
Pochi giorni fa, Luca ha scritto uno splendido articolo
sull'impazienza generata dal Web e sulle conclusioni che le aziende
dovrebbero trarne. Vi ci rimando non solo per il contenuto, ma per
l'apertura in particolare: “non ho un peso nelle mie passioni”.
Per questo motivo, spero possiate capire la passione, appunto, con cui
scrivo questo articolo commentando un libricino edito da Feltrinelli,
che si intitola “Luci ed ombre di Google – Futuro e Passato
dell'Industria dei Metadati”...
...e che per 171 pagine note incluse riesce a non capire assolutamente nulla.
Il titolo era interessante. E lo confesso: io per primo, sebbene appassionato (rieccoci) di Google e di come sta modificando il nostro mondo, sono convinto che una realtà così pervasiva abbia sicuramente delle ombre e vada controllata, commentata, e se necessario criticata. E nessuno è meglio per questo genere di lavoro, in teoria, di un gruppo come Ippolita, un gruppo di ricerca dalle competenze più svariate. Noi stessi abbiamo parlato, non è molto, dell'importanza dei blog, e in generale delle moltiplicate possibilità per persone un tempo prive di voce di farsi sentire.
Ma avrete notato, attenti lettori quali siete, che ho scritto “in teoria”. Perché, per qualche ragione, l'intero libro, oltre a ripetere in modo esasperante sempre gli stessi concetti, fonda le proprie accuse su basi che trovo assolutamente discutibili, ove non ridicole.
Non posso dire che vi consiglio di comprare il libro. Vi consiglio però, per principio, di non accettare nulla supinamente, neppure quanto scrivo io in buona fede. Mi limito ad estrarre e parafrasare i sei “capi d'accusa” che il libro muove a Google – credo quelli che il gruppo Ippolita vede come più forti – e parlarne brevemente con voi:
1° capo d'accusa:
Se deve chiedere in giro chi ne sa di più di motori, si fida di più del parere di un meccanico che di quello di un falegname. Ora, io non metto in dubbio che ci siano falegnami espertissimi di motori, ma se devo decidere a chi chiedere, io trovo normale fidarmi di più di un meccanico. Il capo d'accusa non regge: o se vogliamo, regge solo in casi talmente particolari da essere semplicemente aneddotici.
2° capo d'accusa:
Le persone sono tanto soddisfatte dei risultati che Google fornisce loro, ma non sanno neppure come funziona l'algoritmo che fa sì che i risultati siano quelli e non altri. Quindi in realtà la bontà di Google è solo teorica, ma non dimostrata apertamente.
In breve: Google non è un buon medico. Vi fa passare l'influenza, ma non vi spiega come le sostanze chimiche nell'aspirina abbiano interagito con il vostro corpo. Quindi in realtà l'influenza vi è passata, ma vi sarebbe passata meglio se foste stati laureati in farmacia, o in medicina.
Sono d'accordo che un medico che spiega al paziente cosa le medicine facciano al suo corpo sia apprezzabilissimo, più di un medico che non lo faccia; ma in nessun modo questo rende le medicine prescritte dal secondo meno efficaci di quelle prescritte dal primo. Anche qui il capo d'accusa è deboluccio: per valutare un motore di ricerca conta l'effettiva bontà dei risultati, non il meccanismo che ha portato ad ottenerli.
3° capo d'accusa:
Ossia: Google non fa una cosa che ammettiamo tutti è palesemente impossibile: la fa in modo che funzioni. Ma chi ci dice che i metodi che usa per renderla possibile non vengano usati anche in modo più oscuro, ingannevole, pericoloso?
Nessuno. Come nessuno ci assicura nulla: la quantità di eventi che si verificano e di cui possiamo venire a conoscenza è talmente grande che non è evitabile accettare di delegarne a qualcuno la verifica. Il problema è, però, che stiamo sospettando sul nulla: Google potrebbe farlo, perciò è giusto sospettare che lo faccia. Questo si chiama processo alle intenzioni, non è scientifico, non è democratico, e non è nemmeno molto etico. Nemmeno se l'imputato è Google.
4° capo d'accusa:
L'accusa è reale. Nell'entrata in Cina, sono d'accordissimo con il gruppo Ippolita, Google ha tradito i principi che mette alla base del suo lavoro. Dove NON sono d'accordo è:
A) nel sostenere che, se l'ha fatto in Cina, l'avrà fatto ovunque. “Lei è passato con il rosso. Se l'ha fatto qui, lo fa sempre, è ovvio! Ritiro definitivo della patente.”
B) nel fingere che il problema fondamentale sia in Google – quando è nel governo Cinese. Non voglio dipingere Google come un nobile eroe che si sacrifica, compromettendo i propri ideali pur di dare un barlume di libertà ad un popolo oppresso (Google è un'Azienda. Apprezzo il modo in cui guadagna, ma è un'Azienda); vorrei però fosse chiaro che Google ha sicuramente la colpa di non aver tenuto fede ai suoi principi, ma non quella di aver nascosto alcunchè. Google non aveva il potere di rendere accessibili quei siti, in ogni caso.
5° capo d'accusa:
Ossia: Google è un pessimo maestro. Anziché dire a tutti i suoi studenti “scrivetemi un racconto, vostro e personale, ciascuno nella propria lingua inventata”, pretende che lo scrivano tutti in Italiano.
Gli standard non sono – credo sia ora di dirlo – una limitazione della libertà: sono ciò che la rende possibile. Uno standard permette di scambiarsi informazioni, di capire e migliorare il lavoro di altri, di far sì che ogni idea sia un trampolino per altre persone. Per quanto riguarda il piano segreto di conquista del mondo informatico, l'argomento del processo alle intenzioni l'abbiamo già visto. Fate pure un Copia e Incolla, e procediamo.
6° capo d'accusa:
La parte in grassetto, ci tengo a dirlo, è citata testualmente: Pagina 58. E le pagine da 48 a 58 sono in effetti una serie abbastanza incomprensibile di attacchi alle filosofie di base di Google, da “Google ha una bella sede solo per rintontire i dipendenti” a “E' accentrante e scorretto che Google abbia centinaia di lingue d'interfaccia”. Non me la sento, vi ho trattenuto anche troppo, di commentarli tutti. Mi limito a lasciarvi con una domanda: cosa c'è non solo di doveroso, ma proprio di morale, nel rifiutarsi di migliorare?


